Nell’ultimo articolo abbiamo focalizzato l’attenzione sul concetto di salute e il suo significato.

Parliamo adesso dell’altra faccia della medaglia: la malattia.

L’enciclopedia Treccani definisce la malattia come “ una condizione abnorme e insolita di un organismo vivente, caratterizzata da disturbi funzionali, da alterazioni o lesioni – osservabili o presumibili, locali o generali – e da comportamenti inconsueti riconducibili a sofferenza psicofisica. In senso più strettamente fisiopatologico, si intende per malattia un’alterazione transitoria e reversibile concernente quei processi fisico-chimici, detti omeostatici, attraverso i quali l’organismo preserva la propria individualità in equilibrio dinamico con l’ambiente, e il cui fattore scatenante può essere occasionale, ambientale o interno all’organismo, nonché di natura fisica, chimica, organica, ereditaria o psicosomatica. La reversibilità, almeno parziale, e la transitorietà della malattia sono in contrapposizione allo stato patologico che risulta invece irreversibile.”

Questa definizione evidenzia che la malattia è una condizione fuori dalla norma, che rappresenta la perdita di quell’equilibrio dinamico, che è caratteristica comune di tutti gli esseri viventi.
Questo significa che non dobbiamo convivere con quelle manifestazioni sintomatiche più o meno disagevoli, ma che possiamo muoverci verso un nuovo equilibrio.
È essenziale sottolineare anche il carattere di transitorietà e reversibilità della malattia.

La Naturopatia osserva la malattia con uno sguardo diverso: essa rappresenta uno stato transitorio disarmonico dell’individuo, ma che nello stesso tempo rivela quella forza vitale insita in ogni organismo che agisce sempre per la vita.

Come affermava Shelton, nella legge dell’autoconservazione, “esiste in natura e in ogni organismo vivente, una forza probiotica che lavora, incessantemente e costantemente, per difendere e tutelare la vita”. Comprendere questa legge del vitalismo permette di riconoscere che l’organismo umano è in grado di tracciare e percorrere, intelligentemente, la strada verso la guarigione e l’equilibrio, in quanto la forza della vita è interna alla vita stessa: “la vita produce, dentro di sé, la forza necessaria per perpetuare la vita e per riprodurla”.[1]

Per la naturopatia, la malattia acuta è qualcosa da ascoltare, comprendere, non semplicemente da curare. Non è qualcosa da eliminare, silenziare con un approccio sintomatico, ma un’espressione della vitalità dell’individuo da assecondare e promuovere in modo che il cammino, verso una ritrovata armonia, non sia ostacolato.
Solo in questo modo il carattere di transitorietà e reversibilità della malattia non può sfociare nello stato patologico e irreversibile.

Per meglio comprendere la visione naturopatica, facciamo un esempio pratico prendendo in considerazione, l’ipertensione essenziale, una patologia al quanto diffusa e nei confronti della quale si interviene prevalentemente in modo sintomatico.

L’ipertensione è una patologia a carico del sistema cardiaco, connotata da un aumento non fisiologico della pressione arteriosa sistolica e diastolica. In età adulta, si considera ideale una pressione di 115-120 mmHg per la massima (o sistolica) e 75-80 mmHg per la minima (o diastolica).
La pressione arteriosa è quella forza con cui il sangue viene spinto attraverso i vasi ed il suo valore dipende da vari fattori, tra cui:

  • la forza di contrazione del cuore;
  • la gittata sistolica, ossia la quantità di sangue in uscita dal cuore a ogni contrazione ventricolare;
  • la frequenza cardiaca, cioè il numero di battiti cardiaci al minuto;
  • le resistenze periferiche, ossia le resistenze opposte alla circolazione del sangue dallo stato di costrizione dei piccoli vasi arteriosi;
  • l’elasticità dell’aorta e delle grandi arterie;
  • la volemia, cioè il volume totale di sangue circolante nel corpo.

Quando un soggetto soffre di ipertensione le pareti vasali sono costrette a sopportare forti sollecitazioni che, quando diventano particolarmente elevate, possono provocarne la rottura.

Le cause principali dell’ipertensione essenziale è il risultato di una combinazione di situazioni diverse, come:

  • la predisposizione genetica e la familiarità alla pressione alta (anche se l’epigenetica ci insegna che l’espressione genetica è fortemente influenzata dallo stile di vita – alimentazione, movimento fisico, atteggiamento psico-emotivo, etc. – e che quindi il fattore genetico può essere silenziato a nostro vantaggio),
  • abitudini alimentari poco sane, come per esempio l’utilizzo di troppo sale per condire i cibi, il consumo di grandi quantità di caffè, alcolici etc.,
  • l’età avanzata,
  • il sovrappeso,
  • la sedentarietà,
  • alcuni squilibri ormonali,
  • la depressione,
  • lo stress,
  • l’insonnia,
  • il fumo.

L’approccio allopatico è quello di riportare i valori della pressione nella norma e, nella maggior parte dei casi, si interviene attraverso la somministrazione di farmaci anti ipertensivi.
In questo modo, la malattia si trasforma in uno stato patologico. L’individuo non si può definire guarito, ma una sorta di malato cronico in qualche modo silente, senza sintomi apparenti perché silenziati dal farmaco.

L’approccio naturopatico è quello di comprendere il messaggio di questa manifestazione sintomatica per aiutare a costruire nuovi modelli comportamentali.
Si ricerca così la causa alla base del sintomo che può essere la più disparata, prendendo in considerazioni tutte le cause evidenziate anche dalla scienza medica e sopra descritte, oltre all’atteggiamento psico-emotivo della persona.

Se osserviamo le manifestazioni sintomatiche dell’ipertensione dal punto di vista analogico, possiamo avere diversi spunti di riflessione.

Consideriamo gli attori principali della pressione arteriosa: il sangue, il cuore, i vasi sanguigni.

Il sangue è il simbolo della vita. Il colore rosso rappresenta il calore, la vivacità, l’entusiasmo per la vita. Il sangue trasporta i nutrienti e l’ossigeno a tutte le cellule dell’organismo, portando via con sé gli scarti metabolici e l’anidride carbonica. Fa circolare le informazioni, in quanto permette alle sostanze da esso trasportate, come gli ormoni, di raggiungere cellule lontane.
È rilevante chiederci: Affrontiamo la vita con entusiasmo? Sappiamo nutrirci armoniosamente delle esperienze di vita? Sappiamo accogliere quello che ci serve e lasciare andare ciò che intossica il nostro essere?

Il cuore rappresenta la capacità di accogliere e lasciare andare. In medicina tradizionale cinese l’ideogramma del cuore può essere paragonato ad una ciotola di riso vuota, che tutto accoglie, in cui tutto può trovare posto, senza mai occuparlo stabilmente. Rappresenta la capacità di accogliere la vita e di nutrirsi di qualsiasi esperienza senza nessuna forma di attaccamento.
Qual è il nostro atteggiamento nella vita a tale proposito?

Sistole e diastole sono collegabili all’equilibrio tra dare e ricevere, lasciare andare e accogliere, tensione e rilassamento. Il libero fluire è legato alla capacità di vivere entrambe le polarità sia dentro che fuori di noi.
Noi siamo in grado di vivere queste diverse polarità in maniera armoniosa?

I vasi sanguigni rappresentano delle vie di comunicazione intime, attraverso le quali scorre la vita. La pressione esercitata sulle pareti dei vasi è paragonabile alla pressione che dentro di noi esercitano le emozioni trattenute, le lacrime inespresse e le paure somatizzate.
L’irrigidimento vasale esprime un eccessivo autocontrollo, una perdita di flessibilità e che non permette più alla vita di fluire liberamente dentro di noi.
Siamo in grado di esprimere liberamente noi stessi nella vita? L’energia vitale e psico-emotiva scorre fluidamente dentro di noi?

L’iperteso è colui che comprime tutto, che vive un conflitto interiore che non riesce a portare fuori. La pressione arteriosa è indice della pressione che viviamo nella nostra vita.
È collegabile alla troppa passione vissuta per quello che si fa e alla troppa energia diretta agli eventi esterni della vita. Gli ipertesi tendono a sfuggire dal proprio cuore, mettendo la maggior parte della loro energia dinamica nell’attività lavorativa o in altri ambiti lontani da se stessi. L’iperteso è un soggetto tendenzialmente teso, irrigidito, la cui essenza rimane “ingabbiata” e preme sempre di più per liberarsi. L’iperteso affronta la sua vita come se fosse un suo nemico anziché viverla intimamente e fluire nel fiume della vita armoniosamente.

In Naturopatia, la malattia può essere vista anche come uno strumento di guarigione. Può essere paragonata ad un fulmine a ciel sereno che ci scuote dalla nostra “comfort zone”, che poi così confortevole non è, in quanto è semplicemente legata all’abitudine, a qualcosa di conosciuto, che magari non ci soddisfa del tutto, però ci “protegge” dall’incertezza. Ed ecco la malattia, un salto nel buio, qualcosa di inaspettato e destabilizzante, la vita deraglia, esce dai binari e ci permette di vedere altro e di dirigere la nostra energia in una direzione diversa.

[1] Prima e seconda legge del vitalismo di Shelton